Migranti e rifugiati, tra vecchie mentalità e buone pratiche

Difficile che qualcuno si illuda, dopo i noti fatti di Parigi, che la tetra luce puntata dai più intolleranti contro il fenomeno migratorio – a mo’ di “così imparate a tenere aperte le frontiere”– si stemperi nella solidarietà proclamata a più voci in occasione della Giornata mondiale del migrante da poco trascorsa.

Purtroppo, la diffusa cultura del rifiuto e dell’esclusione – figlia non solo di cattiveria e malafede, ma anche di disinformazione e pregiudizi fomentati con chiacchiere da bar e talk show – non fa altro che tartassarci con le proprie lamentele: “lo Stato dà ad ogni profugo 40 euro al giorno; i migranti rubano il lavoro ai nostri disoccupati; si diffondono pericolose malattie; dobbiamo rinunciare alla nostra identità; vengono qui un sacco di criminali; ecc.“.

Per fortuna, però, esiste anche una cultura dell’accoglienza e dell’inclusione che scorge, attraverso i dati sugli sbarchi, i drammi reali di persone e popoli stremati, ponendosi delle domande serie. Nel 2014 sono approdati in Italia 170.000 migranti, di cui ben 16.000 a Reggio Calabria nel solo periodo tra Giugno e Settembre, con previsione di flussi quantomeno della stessa portata per quest’anno e per i successivi. Uomini, donne, bambini di varie nazionalità asiatiche ed africane. Tanti i minori non accompagnati e collocati in strutture della nostra regione e del resto d’Italia. Senza dimenticare i 2500 che non ce l’hanno fatta. Come si è arrivati a tutto ciò? Come affrontare la questione? In che termini la reputiamo un “problema”?

Innanzitutto dovremmo partire dal presupposto che il c.d. problema non risieda nelle “conseguenze” del fenomeno migratorio – benché siano queste a toccarci direttamente, ad esempio in termini di soccorso e accoglienza – ma piuttosto nelle sue “cause”: guerre, carestie, povertà, dittature. Solo in parte il processo di globalizzazione ha contribuito all’abbattimento dei regimi autoritari/totalitari, ad un’espansione dei diritti e delle libertà fondamentali e ad uno sviluppo socioeconomico. Ancor oggi si proietta l’ombra di un neocolonialismo occidentale, paradossalmente appena celata dietro il comodo paravento di interventi umanitari in Paesi tenuti sotto controllo per meri opportunismi economici o geopolitici. In questo quadro, l’Europa dovrebbe invece assumersi la responsabilità di sostenere economicamente le aree più depresse (si parla di una sorta di nuovo piano Marshall per il nord Africa) e promuovere provvedimenti volti a favorire la mobilità e l’integrazione dei rifugiati.

Sotto questo aspetto è interessante la proposta di modifica del Regolamento Dublino III che, tra le altre cose, richiede la creazione di uno status europeo di “rifugiato”, affinché l’esame della domanda di asilo possa essere condotta da uno qualsiasi degli Stati membri e non per forza da quello di prima accoglienza: ciò garantirebbe al rifugiato maggiore mobilità e, al Paese di approdo, la possibilità di decongestionare più in fretta il flusso migratorio.

Altrettanto fondamentali, nella situazione attuale, appaiono la creazione di un “corridoio umanitario” attraverso la Turchia per i profughi siriani e l’istituzione, altrove già presente, di una qualche declinazione giuridica del c.d. ius soli, facilitando l’acquisto della cittadinanza per i nuovi venuti, beninteso: quando ne sussistono i requisiti minimi (in primis il riconoscimento dei valori costituzionali).

Ma in fondo, per quanto riguarda l’Italia, al di là di nuovi e pur auspicabili provvedimenti legislativi – come è emerso discutendo con Padre Bruno Mioli, Missionario Scalabriniano e Direttore dell’Ufficio Diocesano Migrantes – basterebbe dare completa e reale attuazione agli strumenti normativi già previsti dalla Legge Turco-Napolitano (ripresi nel testo Bossi-Fini), che da soli potrebbero garantire sufficiente tutela agli immigrati.

A livello strettamente locale, poi, si segnalano due esperienze che si muovono nella direzione auspicata della solidarietà e dell’accoglienza. La prima, presente da anni nella Provincia reggina, è il modello di integrazione realizzato tra migranti e popolazione locale a Riace e a Caulonia (senza dimenticare la felice integrazione dei Curdi di Badolato), promosse da sindaci e giunte illuminate e da cittadini avveduti e disponibili: proprio grazie a tali esperienze questo lembo di Calabria è assurto all’interesse di tutto il mondo. La seconda, nata a Reggio alla fine del 2013, è la creazione del “Coordinamento Ecclesiale di Pronto Intervento”, promosso dalla Diocesi, che raccoglie in rete varie associazioni cattoliche e che ha svolto, grazie alla possibilità concessa dalla Prefettura e dalla Protezione Civile e insieme ad esse, un’opera umanitaria di grande rilievo durante gli sbarchi dello scorso anno, con una fruttuosa collaborazione destinata a crescere: in questo ultimo caso, l’immagine offerta dalla comunità civile reggina è stata un piccolo modello per tutt’Italia.

In ambedue questi esempi c’è un elemento virtuoso – raro purtroppo – che ce li fa sentire assai vicini, come Laboratorio Politico – Patto civico, anche sul piano del metodo: l’idea che questioni così importanti possano avere una risposta concreta e veramente all’altezza solo dalla piena collaborazione tra privati cittadini e pubbliche istituzioni dello Stato e solo in ambienti educati alla solidarietà e al rispetto sincero dell’alterità, senza pregiudizi e auspicabilmente ben al di là del tradizionale solidarismo cattolico, che pure in queste occasioni è stato decisivo.

Si tratta di buone prassi (assistenza h24, collaborazione fra volontariato privato e istituzioni pubbliche..), che hanno funzionato, e di valori (ospitalità, accoglienza..) che dovrebbero essere riconosciuti come universali e che, dopotutto, i nostri italiani “in fuga” all’estero si aspettano di vedere tutelati innanzitutto per sé stessi. C’è da riflettere.

di *Salvatore Miceli (docente) – Jessica Borrello (studentessa)

pubblicato su http://ildispaccio.it/firme/66440-migranti-e-rifugiati-tra-vecchie-mentalita-e-buone-pratiche