Progetto assemblea allargata

  • 26 settembre 2016
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  1. DALL’APPELLO AL PROGETTO

L’appello che, all’inizio dell’estate, il Laboratorio Politico Patto Civico (LP-PC) ha rivolto alla Città, ai Cittadini e alle Associazioni – pienamente condiviso, integrato e perfezionato dagli stessi soggetti – non può restare lettera morta. Infatti, nonostante la società reggina sia frammentata e divisa, dobbiamo cercare di condividere insieme i “saperi disponibili” e le “buone pratiche”.

Con questo spirito dobbiamo passare dall’“appello” – che pure conteneva non poche indicazioni pratiche – al “progetto”, ossia all’enunciazione di un quadro più dettagliato ed organico di proposte e piste di lavoro.

Premessa indispensabile per “costruire” è l’analisi dello stato in cui si trovano le istituzioni, la società e il territorio in questo lembo di Calabria che, come si sa, purtroppo è drammatico.

 

  1. IL CONTESTO SOCIALE E ISTITUZIONALE

Si ribadisce quanto sostenuto nell’Appello: esiste «un quadro – da tempo intuito e temuto da molti, ma ora clamorosamente emerso – di inquietante connivenza fra ‘ndrangheta, politica e massoneria, in un drammatico intreccio fra mondo professionale corrotto, sfera politica e poteri forti, in forme (e coinvolgendo persone) talora insospettabili. L’impressione è che viviamo in una democrazia formale dove molte istituzioni sono gusci vuoti perché il governo della vita economica e sociale è in gran parte nelle mani della ‘ndrangheta e dei suoi uomini visibili ed invisibili […] sarebbe comunque ingenuo non prendere atto dell’esistenza di una sorta di “cupola” di malaffare, del tutto trasversale alle forze politiche, favorita da un diffuso sistema di connivenze, omertà e corruzione, che coinvolge significativi pezzi di istituzioni e non poca società reggina. Non possiamo delegare a magistrati e forze dell’ordine questa lunga guerra di liberazione, dobbiamo scendere in campo creando un vasto fronte unitario che liberi la nostra bellissima terra da questi nemici interni e dai loro fiancheggiatori che ci hanno rubato il presente, ma a cui non consentiremo di portarci via il futuro!».

Purtroppo, la presenza di faccendieri, i clientelismi come metodo, il diffuso familismo amorale, la corruzione strisciante e le violenze mafiose si innestano in una società debole, culturalmente fragile e talora persino connivente. Nella migliore delle ipotesi si può parlare di “sonnolenza” di una parte della c.d. società civile.

Re ipsa loquitur: il fatto che – dal 1991 ad oggi – siano stati sciolti per contiguità con organizzazioni mafiose ben 31 Consigli comunali, ivi compreso quello della città capoluogo di Reggio, è un dato terribile e indicativo del fatto che siamo in trincea e che c’è una guerra in atto fra la parte “sana” e quella “malata” della società reggina.

Purtroppo le organizzazioni partitiche locali, molto personalizzate e conflittuali, non aiutano a rafforzare il senso della cosa pubblica. Occorre, invece, recuperare l’idea di etica pubblica, il senso di responsabilità, lo spirito di servizio e la voglia di buona politica.

 

  1. LA SITUAZIONE AMBIENTALE

La Città Metropolitana di Reggio Calabria vive il paradosso di un’incomparabile bellezza paesaggistica unita a un’elevata pericolosità geologica e degrado ambientale. Questo potenziale “giardino del mediterraneo” – ricco di immense risorse naturali, ambientali e storiche – è il  territorio che, però, ha subito il più grave evento sismico del secolo scorso, cui è seguito un progressivo degrado del suolo, dei paesaggi, delle aree costiere e delle risorse idriche, la mancata protezione e valorizzazione della biodiversità marina, costiera, continentale, con aggressioni antropiche dissennate e illecite (abusivismo abnorme) a un territorio già esposto in modo elevato ai rischi naturali: inondazioni, incendi, siccità, terremoti, tsunami, ecc.

Il recupero, la tutela e la valorizzazione patrimonio storico-culturale, delle risorse naturali e ambientali (nel rispetto della Convenzione Europea del Paesaggio), e soprattutto la messa in sicurezza del territorio dovranno, quindi, diventare “obiettivi strategici prioritari” da perseguire, per promuovere sviluppo economico integrato e durevole.

Il  quadro conoscitivo e di valutazione è ulteriormente dettagliato nel PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, approvato il 1° giugno 2016) di Reggio Calabria, che  rappresenta l’atto di programmazione con cui la  Provincia avrebbe dovuto esercitare, nel governo del territorio, il ruolo di coordinamento programmatico e di raccordo tra le politiche territoriali della Regione e la pianificazione urbanistica comunale, raccordandosi e approfondendo i contenuti del QTRP (Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico, delib. Cons. reg. n. 134, 1-08-2016), riferimento indispensabile per gli interventi del QSC (Quadro Sostegno Comunitario 2014-2020). Il PTCP è comunque strumento utilissimo che resterà efficace fino all’entrata in vigore del PTCM (Piano Territoriale Citta Metropolitana).

  1. LA SITUAZIONE ECONOMICA

Pur non mancando alcuni segni di speranza (per esempio, le potenzialità di Gioia Tauro) e occasionali testimonianze di eccellenza (dalle ex Omeca alle imprese di agricoltura biologica), anche la situazione economica è disastrosa.

Le dichiarazioni programmatiche del Presidente della Giunta Regionale della Calabria Mario Oliverio (9 febbraio 2015) sono eloquenti per tutta la Regione: «Tutti i dati forniti dagli istituti di ricerca descrivono una regione nella quale la crisi degli ultimi anni si somma a gravi carenze strutturali, determinando una miscela sociale esplosiva, aggravata peraltro da una crescente pervasività della mafia in ogni campo dell’economia e della vita sociale. Da sette anni ormai la Calabria chiude, ogni anno, con una progressiva diminuzione del PIL. La Calabria riduce costantemente la propria capacità di creare ricchezza e, nello stesso tempo, abbassa tutti gli indicatori nel campo dei servizi legati alla qualità della vita a partire dai bisogni sanitari. Aumenta l’isolamento infrastrutturale e l’inadeguatezza dei trasporti».

Quanto al nostro territorio in particolare, la sanità è nei guai (l’ASP di Reggio è un immane buco nero), i servizi pubblici essenziali (dai trasporti alla raccolta dei rifiuti, dalla sicurezza personale all’assistenza sociale, dalla distribuzione dell’acqua a quella dell’energia, ecc.) sono inadeguati o disastrati, la povertà cresce e l’emigrazione è ripresa massicciamente coinvolgendo anche i giovani più istruiti.

 

  1. GLI OBIETTIVI STRATEGICI

            Gli obiettivi di lungo periodo sono evidenti e, almeno in teoria, (se non condivisi) largamente condivisibili:

  1. a) costruire una Città Metropolitana retta da efficaci politiche di gestione dei beni ambientali primari (acqua, aria, energia, rifiuti, suolo, paesaggio) e culturali, e della mobilità, per un uso responsabile del territorio;
  2. b) mettere in sicurezza il territorio e creare una città giardino sicura, resiliente, inclusiva;
  3. c) perseguire nuovi modelli di produzione di beni e servizi, in cui l’economia “verde” sia costitutiva della responsabilità sociale di impresa e rigeneri contemporaneamente il tessuto relazionale, attraverso la promozione di

stili di vita nel segno della sobrietà, della solidarietà, della condivisione di beni e servizi, dell’attenzione alla qualità ecologica

  1. d) dare la priorità assoluta – in ogni spesa o investimento – ai servizi sociali per i cittadini, la cui carenza è ormai drammatica: dalla rimozione delle barriere architettoniche, al rispetto dell’eco-sistema, all’assistenza agli anziani. I c.d. ultimi e le c.d. periferie (non solo cittadine, in un contesto urbano ormai provinciale) dovrebbero invece essere messi al primo posto;
  2. e) gestire le risorse finanziarie in conformità ai principi di legalità, buon andamento e trasparenza della P.A., mantenendo fede agli impegni elettorali in materia di bilancio sociale partecipato, ancora non rispettati dopo due anni di nuova amministrazione;
  3. f) fare un uso oculato delle risorse disponibili volto ad interrompere la pessima tradizione di interventi a pioggia e frammentati, quando non legati a poteri forti e influenti, senza alcun vero disegno organico di servizio al territorio.

 

  1. LE COSE DA FARE AL PIÙ PRESTO

Nel breve periodo urge “fare” alcune cose, che non è più possibile procrastinare, se non a rischio di gravi danni per la vita democratica e socio-economica della nostra gente.

I tempi stringono:

–          entro novembre 2016 il sindaco del Comune capoluogo doveva indire le elezioni del Consiglio metropolitano (14 persone + il Sindaco della CM), ciò che è avvenuto con un’evidente sotto-rappresentazione dei Comuni diversi da Reggio, sia pur nel rispetto della Legge Delrio;

–          entro gennaio 2017 deve essere approvato lo Statuto da parte della Conferenza metropolitana;

–          entro maggio 2017 la Città metropolitana di Reggio subentra alla Provincia in tutti i suoi rapporti attivi e passivi.

I Pon per la città metropolitana porteranno a Reggio risorse economiche notevoli, che saranno integrate con i Por 2014-2020 e i piani di intervento sui bilanci regionali. La valutazione sull’efficienza e sull’efficacia degli strumenti messi in campo negli ultimi due cicli di programmazione (2000-2006 e 2007-2013), hanno rivelato un insufficiente coinvolgimento degli attori sociali, inefficienze, ritardi, sprechi e frammentazione degli interventi.

In questa complessiva situazione, per molti versi kafkiana, la C.M. di Reggio Calabria – già di per sé del tutto sui generis, dunque atipica e anomala, rispetto anche alle altre C.M. di dimensioni non grandi – dovrebbe:

  • assumere iniziative di monitoraggio, coordinamento e accompagnamento dei 97 Comuni sui programmi comunitari. L’assoluta inefficienza finora riscontrata esige una “cabina di regia centralizzata” (governance tecnica dei progetti), che rafforzi la Capacity building e professionalizzi le competenze dei funzionari delle pubbliche amministrazioni locali, in applicazione dello strumento ITI (investimenti territoriali integrati);
  • adottare il c.d. Piano Strategico della C.M. (comprensivo di tutte le sue componenti: trasporti, viabilità, rifiuti, ecc.), il quale va discusso e approvato con la più ampia partecipazione popolare possibile: oltre al contributo di tecnici indipendenti e di valore, serve la discussione pubblica. La C.M., infatti, si deve interrogare sul suo futuro e costruire un progetto collettivo (una visione d’insieme), immaginando un percorso fattibile e condiviso per la sua attuazione;
  • redigere il Piano Territoriale della Città metropolitana (PTCM), con finalità di pianificazione territoriale di coordinamento nonché di pianificazione territoriale generale. La C.M. deve avere una sua precisa identità, ma multicentrica, con l’obiettivo della cancellazione delle marginalità sociali e del degrado ambientale, qualificando gli spazi pubblici, fornendo servizi urbani (soprattutto sociali) migliori, integrati e più avanzati;
  • costruire un’organizzazione integrata di gestione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano;
  • promuovere e coordinare le attività economiche e di ricerca innovative e la realizzazione di sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione in ambito metropolitano;
  • approvare lo Statuto della Città Metropolitana, non solo con il voto della Conferenza Metropolitana, ma con il pieno coinvolgimento effettivo di tutti gli abitanti dei 97 Comuni della ex Provincia, attraverso un processo partecipativo che coinvolga pluralisticamente, attivamente e per tempo tutti i cittadini e l’intera società civile (associazioni, gruppi, movimenti, ecc.) presente sul territorio. Ma per fare quest’opera di coinvolgimento siamo già in grave ritardo;
  • prevedere nello Statuto il principio di tutela dei ceti meno abbienti, dando la priorità assoluta – in ogni spesa o investimento – ai servizi sociali per i cittadini e alle c.d. periferie (non solo cittadine, in un contesto urbano ormai provinciale);
  • inserire nello Statuto l’obbligo per la C.M. di avere un bilancio partecipato;
  • introdurre, nello Statuto della Città metropolitana, adeguati strumenti di partecipazione popolare – anche in via informatica – che rendano possibile la consultazione di “tutta” la popolazione residente, dalle estreme periferie della provincia al centro città;
  • esplicitamente prevedere, nello Statuto della C.M., al di là di questa prima fase inziale, l’elezione diretta del Sindaco. A tal fine vanno urgentemente individuate le frazioni del Comune di Reggio destinate a diventare Comuni autonomi [Pellaro a sud, Catona a nord, Mosorrofa sul versante montano?], al fine di porre in essere almeno una delle condizioni che la legge prevede per l’elezione diretta. Anche quest’operazione dovrebbe essere fatta con un forte processo di partecipazione popolare e non imposta dall’alto;
  • immaginare, per converso rispetto al punto precedente – nel rispetto delle competenze statali e regionali in materia – “fusioni” e “unioni” di Comuni da realizzare nel territorio metropolitano (per esempio: Villa S. Giovanni – Campo Calabro, Locri – Siderno, ecc.)
  • articolare il suo territorio in più “zone omogenee”. Plausibilmente le seguenti sei zone: urbana, tirrenica, della Piana, jonica, grecanica e aspromontana.

In conclusione: vorremmo una Citta Metropolitana davvero condivisa (e non cosa di pochi), davvero libera (e non schiava di poteri forti e occulti) e davvero smart (intelligente e ben organizzata).

 

Appendice esplicativa:

Si ricorda che:

la Conferenza metropolitana (composta dai 97 sindaci della Provincia di RC) approva lo Statuto e il bilancio; il Consiglio metropolitano (eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali della CM) è organo di indirizzo e controllo; il Sindaco della C.M. (all’inizio, ope legis coincidente con quello della città capoluogo) è l’organo di indirizzo, rappresentanza e sovrintendenza dell’ente.

Si ricorda, altresì, che la C.M. non è cosa da poco. È un ente territoriale “di area vasta”, con notevoli competenze: «cura dello sviluppo strategico del territorio metropolitano; promozione e gestione integrata dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione di interesse della città metropolitana; cura delle relazioni istituzionali afferenti al proprio livello, ivi comprese quelle con le città e le aree metropolitane europee».

Delle 10 C.M. italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Firenze, Bari, Bologna, Genova, Venezia e Reggio Calabria), le uniche vere – per ragioni demografiche, territoriali ed economiche – sono 3: Roma, Milano e Napoli.

Vanno pure segnalati tre paradossi:

1)       primo paradosso: da un lato una legge dello Stato (n. 42/2010), per fare i Consigli circoscrizionali (quartieri), impone che la città abbia almeno 250.000 abitanti, ma, dall’altro, un’altra legge dello Stato – la Delrio (56/2014) – prevede contraddittoriamente che in via obbligatoria le C.M., anche con un numero di abitanti inferiore ai 250.000, per eleggere il sindaco, debbano “frantumarsi” in più Comuni;

2)       secondo paradosso: proprio le tre vere C.M., Roma, Milano e Napoli – dove pure sarebbe stato possibile immaginare una frammentazione del Comune capoluogo (visto che sono metropoli) – la legge Delrio non prevede alcuna complicazione per la scelta in Statuto dell’elezione diretta del sindaco: non è un caso che gli Statuti di queste 3 C.M. prevedano comodamente, e democraticamente, l’elezione diretta. Al contrario, per le rimanenti 7 C.M., si prevede che, se lo Statuto vuole introdurre l’elezione diretta del sindaco, si ottemperi a diverse complicazioni richieste dalla legge Delrio, fatte apposta per evitare l’elezione diretta [legge elettorale statale, legge regionale, parere regionale, ascolto delle popolazioni interessate, creazione di più comuni dal Comune capoluogo…]. Esclusa Reggio – che non ha ancora approvato lo Statuto – nelle altre 6 C.M. gli Statuti, per evitare problemi, hanno previsto che “automaticamente” sia sindaco quello della città capoluogo;

3)       terzo paradosso: tranne Roma e Genova, dove gli abitati delle due città sono numericamente superiori a quelli degli abitanti della Provincia/C.M., in tutte le altre 8 C.M. gli abitanti “esterni” alla città capoluogo sono in palese maggioranza. Sembra evidente, in virtù del principio di uguaglianza, che tutti i cittadini, anche quelli esterni alla città capoluogo dovrebbero potersi scegliere il sindaco, ciò che però è facile – come ricordato, per assurdo – solo nelle 3 città più grandi.

 

 

Bozza progettuale proposta il 26 settembre 2016 all’Assemblea dei sottoscrittori

dell’Appello “Tante Agorà in una sola città – Costruiamo insieme la città metropolitana